Letture Critiche – L’isola degli alberi scomparsi

“Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto.” S. King, On Writing

A questa ormai celebre frase di Stephen King aggiungiamo che uno scrittore dovrebbe sviluppare la capacità di leggere in modo critico, andare oltre le impressioni personali ed emozionali della lettura per cogliere gli elementi di tecnica narrativa. È proprio quello che All Writing si propone di fare in questa rubrica quindicinale, con l’intento di fornire agli aspiranti autori un corollario ampio e specifico di quelli che usualmente vengono chiamati “i ferri del mestiere”.

Di volta in volta per ogni romanzo non stileremo la classica recensione, perché quelle si trovano senza difficoltà nei numerosi blog presenti in rete: noi analizzeremo il testo prendendo in esame tre aspetti di tecnica narrativa, vedendo nel dettaglio come l’autore li ha utilizzati.

Questa settimana il libro che abbiamo scelto è “L’isola degli alberi scomparsi” di Elif Shafak, pubblicato a settembre 2021 da Rizzoli.

Il primo elemento che prenderemo in considerazione è quello che in narrativa viene considerato più di una regola, quasi un dogma: Scrivi di ciò che sai. Molti autori esordienti tendono ad ambientare le loro storie in paesi stranieri, magari oltreoceano, convinti di aumentare in questo modo l’appeal del romanzo. Tuttavia non è infrequente che tali paesi stranieri li abbiano visitati soltanto con Google Maps, oppure li abbiano conosciuti tramite film e serie televisive. Il risultato, nove volte su dieci, è deludente poiché in nessun modo riescono a trasmettere al lettore una vera conoscenza del luogo, fatta non solo di strade e piazze ma anche di cultura e folklore. Nel romanzo “L’isola degli alberi scomparsi” è importante notare che il dogma ‘scrivi di ciò che sai’ si applica a qualcosa di più profondo di quella potremmo definire una buona ambientazione. Non ci interessa sapere se l’autrice conosce Cipro personalmente, se l’ha visitata oppure ha avuto di modo di raccogliere informazioni di prima mano da ciprioti, e questo perché ciò che davvero l’autrice conosce coincide con l’ossatura del libro, con la sua anima. Il romanzo parla di emigrazione, del sentimento straniante di chi è costretto ad abbandonare il proprio paese d’origine. “Quando ho lasciato Istanbul per l’ultima volta, molti anni fa, non sapevo che non sarei più tornata. Da allora mi chiedo che cosa avrei portato con me, in valigia, se l’avessi saputo” così si apre la pagina dei Ringraziamenti di Elif Shafak.

“Sono un’immigrata e quindi, come tutti gli immigrati, porto con me l’ombra di un altro posto?” si domanda la pianta di fico.

L’autrice scrive senza ombra di dubbio di ciò che sa, di un sentimento che le appartiene e questa autenticità le ha permesso di costruirci sopra una trama convincente oltre ogni dubbio.

Abbiamo citato le parole della pianta di fico, e questo ci introduce al secondo elemento di narratologia che prenderemo in esame, quello che da alcuni viene definito come l’elemento esotico del romanzo. L’aggettivo esotico si riferisce a uno specifico particolare che resta impresso nella mente del lettore, meccanismo spiegato benissimo da Joel Dicker ne “La verità sul caso Harry Quebert.”

“Scegli una parola e ripetila spesso nel tuo libro. Prendiamone una a caso: gabbiano. Parlando di te, la gente dirà: «Hai presente Goldman, quello che parla dei gabbiani?» E poi arriverà il momento in cui, vedendo dei gabbiani, quelle stesse persone si metteranno improvvisamente a pensare a te. […] Cominceranno ad assimilare gabbiani e Goldman. E ogni volta che vedranno dei gabbiani, penseranno al tuo libro e a tutta la tua opera.”

Questa operazione è precisamente quella che Elif Shafak compie nel suo libro con la pianta di fico. Una – fino a questo momento- anonima pianta di fico diventa la voce narrante del romanzo. Essa condivide con il lettore dettagli sugli insetti e gli animali che incontra, sul carattere delle altre piante, sulla sua storia prima a Cipro e poi in Inghilterra, perfino sulle sue emozioni verso i sapiens che si occupano di lei. Dopo aver letto “L’isola degli alberi scomparsi” ogni lettore guarderà in modo diverso la natura e le relazioni tra tutti gli esseri viventi; da quando chiuderà l’ultima pagina e per sempre assocerà pianta di fico e Shafak, anche se gli accadrà di dimenticare il nome dei personaggi e perfino la trama: la manovra ‘elemento esotico’ è stata condotta con pieno successo.

Il terzo elemento che prenderemo in esame non riguarda propriamente la tecnica narrativa quanto l’appetibilità per case editrici e lettori ed è relativo al connubio tra avvenimenti storici e la trama. Le peripezie dei protagonisti de “L’isola degli alberi scomparsi” camminano di pari passo con la guerra civile a Cipro, con le attività della Commissione persone scomparse delle Nazioni Unite e perfino con la tempesta che investì la città di Londra alla fine del 2010. Oltre a questi eventi storici verificabili, il libro fornisce al suo interno molte informazioni di carattere ambientale, climatico, culturale, botanico e perfino culinario. Dalle pagine di un libro di narrativa (destinato a intrattenere ed emozionare) il lettore apprende anche nozioni che ampliano la sua cultura e le sue conoscenze. Imparare divertendosi rappresenta una delle forme più efficaci di apprendimento e ogni autore non dovrebbe mai escludere la possibilità di insegnare qualcosa al proprio lettore mentre gli racconta una storia.

Greta Cerretti