Letture Critiche – L’atelier dei miracoli

A volte un buon titolo può fare la differenza, lo abbiamo ripetuto tante volte nella nostra rubrica di Letture Critiche. Di sicuro il romanzo di Valérie Tong Cuong si gioca egregiamente questo biglietto da visita: “L’atelier dei miracoli” è un titolo molto accattivante, poiché al suo interno custodisce la parola miracolo. Si tratta di una parola evocativa a tema religioso, una scelta azzeccata anche se non necessariamente collegata ai contenuti. Tuttavia, la pregevolezza di questo libro si esaurisce quasi totalmente proprio nel buon titolo e nell’idea iniziale: l’esistenza di un luogo di mutuo aiuto dove risollevarsi dalle sorti più infauste.

Proviamo a capire perché questo romanzo non convince attraverso elementi di tecnica narrativa.

“L’atelier dei miracoli” ci fornisce l’occasione per parlare di uno degli elementi più importanti in un romanzo, vale a dire la caratterizzazione dei personaggi. I personaggi sono il motore portante di ogni storia: dalle loro caratteristiche, peculiarità e storie personali si dipanano le vicende che li vedono protagonisti e che appassionano il lettore, permettendo l’identificazione. Nel libro della Cuong abbiamo Millie, Mariette e il Signor Mike. Tre storie al limite, vite spezzate che Jean tenta di ricomporre dando una seconda opportunità. Per essere verosimile, il personaggio deve essere ispessito inserendo dettagli mirati che mettano in luce le diverse personalità (un difetto nel modo di parlare, un vizio che si ripete, una qualsiasi particolarità per rendere il personaggio unico e degno di memoria). Dopo essere stato caratterizzato, è il personaggio a muovere l’azione e non viceversa. Se un abbozzo di caratterizzazione c’è per Mike, il quale pensa e si esprime per metafore militaresche, lo stesso non si può dire per le altre due donne, il cui modo di pensare e parlare è per lo più simile pur avendo età, estrazione sociale e background differente. Anche il passato dei tre personaggi è da cliché, ma soprattutto in nessun modo la loro psicologia determina gli avvenimenti della trama.

Una situazione simile porta la storia a muoversi su binari preordinati rendendola scontata o incoerente. Perché ci sia tensione narrativa c’è bisogno di un conflitto e il conflitto si genera tra protagonisti e antagonisti. Dove sono gli antagonisti in questa storia? Sono tutti nel passato. Per Millie sono i genitori che non vede da anni, per Mike è l’ex moglie, per Mariette il marito che però l’accompagna in clinica: tutto accade prima, nell’antefatto. Ma dopo l’esordio, durante le peripezie, chi contrasta i nostri protagonisti? Blandamente Sandra e le altre colleghe di Millie, ma in un modo che non impatta sulla narrazione. Alla fine l’unico vero antagonista si dimostra Jean, che il lettore però conosce come il benefattore, colui il quale si prodiga per creare agli ospiti dell’Atelier una nuova vita. L’ambiguità di Jean è troppo poco anticipata e la storia collassa nel suo ambiguo voltafaccia, così come nella repentina assertività di Mariette dopo che è stata cacciata dall’Atelier: il miracolo si compie quando i protagonisti sono fuori.

Due parole sul finale: frettoloso e poco lavorato, con una nota sulla morte di uno dei tre protagonisti del tutto inutile ai fini narrativi. Si ricerca anche in questo caso il lieto fine a tutti i costi, laddove però una vera sofferenza ci è stata solo raccontata ma non mostrata. Facciamo tesoro della tecnica dello show don’t tell, citando le parole di Barbara Greene:”If you tell me, it’s an essay. If you show me, it’s a story.”

Articolo di Greta Cerretti

 

 

 

                               Leggo perché non so volare