Letture Critiche – L’amante di Lady Chatterley

Questa settimana la rubrica di Letture Critiche di All Writing si avvale del supporto di Nick Hornby, precisamente dell’editoriale apparso nel maggio 2006 sul Believer e poi pubblicato da Guanda nella splendida raccolta “Una vita da lettore“. Tra le letture effettuate da Hornby durante quel mese di maggio, si annovera “The pendolum years” di Bernard Levin, all’interno del quale è presente un ironico resoconto del processo che subì la Penguin nel 1960 per la pubblicazione del celebre “L’amante di Lady Chatterley“.

La sola idea di un processo a un romanzo ci fa sorridere, ed entrando nel dettaglio dei presunti “crimini” commessi dall’autore la situazione non migliora. Tra i capi d’accusa rivolti al romanzo di Lawrence spiccavano le oscenità, i temi scandalosi e il reato di menzionare citazioni dalla Bibbia in modo inesatto (Salmo 24). Tuttavia Hornby lascia ad altri l’onere di commentare tali misfatti e si sofferma con sagacia su un altro delitto imputato all’autore, ovvero le numerose ripetizioni presenti nel testo. Dato che nella nostra rubrica di Letture Critiche ci occupiamo di tecnica narrativa, è su questo argomento che desideriamo porre l’attenzione.

Mr Griffith -Jones (l’accusa) restò altresì turbato dal ripetuto uso da parte di Lawrence di parole come grembo o viscere, partendo dal principio che i nostri scrittori di prima categoria – i grandi, se vogliamo – dovrebbero saccheggiare il dizionario dei sinonimi e contrari”.

Dopo una siffatta premessa, ci viene chiaramente voglia di aprire “L’Amante di Lady Chatterley” e leggerlo (oppure rileggerlo) alla ricerca di tali, delittuose ripetizioni. E facendolo non si resta delusi: la parola viscere è effettivamente abusata. Ma non solo quella. È impossibile non concordare con gli strali di Mr Griffith – Jones: la ripetizione di parole e figure retoriche abbonda nella prosa di Lawrence. Anche a distanza di due righe possiamo trovare la medesima espressione, senza la minima modifica.

Cosa insegna all’autore emergente questa piccola, stuzzicante storia del mondo editoriale?

Primo: l’importanza di un buon marketing. La Penguin vendette 200mila copie in un giorno e in due anni superò i due milioni di copie, mentre la giuria impiegò solo tre ore ad emettere un verdetto di non colpevolezza.

Secondo: il valore letterario intrinseco di un romanzo supera la sua forma. Hornby ce ne parla riferendosi esplicitamente a Chris Coake, affermando che egli: “Non attira mai l’attenzione sulla propria ricerca linguistica: vuole che il lettore guardi le persone che rappresenta, non che stia ad ascoltare la sua voce.”

Terzo: un romanzo entra a pieno titolo nell’Olimpo della Letteratura quando riesce a pennellare in modo incisivo e indelebile lo spirito del tempo in cui è ambientato. Lawrence lo fa in modo egregio: Connie incarna l’Inghilterra, lo spirito stesso della perfida Albione che si dibatte tra un’aristocrazia morente e una classe operaia nata già morta. Che scelga Clifford oppure Mellors non fa alcuna differenza, perché l’uomo è pronto per l’estinzione. Eppure lo stesso essere umano sopravvive a dispetto di tale affermazione, perché: “Per quanto grande sia il numero dei cieli che ci sono crollati sulla testa, dobbiamo pur vivere”. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in precedenti articoli, la differenza tra letteratura e narrativa sta tutta qui (e scusate se è poco).

Quarto: Lawrence pubblicò nel 1928 in maniera autonoma (e clandestina) “L’Amante di Lady Chatterley” presso la tipografia Giuntina. Prima del 1960, quando l’autore era ancora in vita, molte copie irregolari vennero prodotte nel mondo senza che lui ne ricavasse alcun beneficio economico significativo. Per questo motivo, agli autori che non aspirano alla gloria postuma, consigliamo caldamente di occuparsi al meglio del proprio testo, epurandolo in primo luogo dalle ripetizioni, magari con questo metodo moderno e molto semplice: https://allwriting.it/repetita-juvant/.

Solo il Domani va a braccetto con il Futuro, e forse non saremo più in vita quando altri decreteranno se la nostra opera si può considerare Letteratura: c’è chi sostiene che occorrano cinquant’anni per poter definire classico un romanzo (Nick Hornby dissente fermamente su questo punto). Nell’attesa, regaliamo ai contemporanei un libro ben curato: sicuramente editori e lettori lo apprezzeranno.

Greta Cerretti