Letture Critiche – La vita invisibile di Addie Larue

Mai giudicare un libro dalla copertina? Questa settimana nella rubrica Letture Critiche parleremo de “La vita invisibile di Addie Larue” di V.E. Schwab e mai proverbio fu meno adatto. Questo romanzo è magnetico, attrae immediatamente il lettore non appena vi posa sopra gli occhi. Ovviamente la copertina è priva di immagine, e solo in prossimità della parola FINE capiremo perché è il nome della protagonista a farla da padrone, campeggiando maiuscolo insieme a una costellazione di sette astri. Il colore dei caratteri riprende quello delle pagine, in un tributo di oro su nero, mentre nei risguardi leggiamo le frasi più significative così come nella sovraccoperta. Prendendo in mano il volume possiamo saggiarne la consistenza: è un libro massiccio, che non si lascia ignorare né dimenticare, proprio come desidera Addie.

“Certo, dimenticare è così triste. Ma essere dimenticati, quello sì che ti fa sentire sola. Essere l’unica in grado di ricordare.”

Insomma, già al momento dell’acquisto veniamo stregati, proviamo la netta sensazione di avere tra le mani più un libro di incantesimi che un romanzo. Come abbiamo ripetuto più volte, sul titolo e sulla copertina l’ultima parola spetta all’editore e l’autore ha davanti a sé due strade: la prima è avanzare delle proposte e sperare che vengano accolte; la seconda è riuscire a fondere la trama con la pubblicazione, in modo che una sola scelta sia possibile per l’editore. Ed è quello che, magistralmente, fa Victoria Schwab. Tanto mestiere, chapeau.

Parlando appunto della trama del romanzo, possiamo senza timore di smentita definirlo un romanzo faustiano, una tra le infinite storie possibili derivate da un patto con l’oscuro. Oscuro, minuscolo, proprio così: la protagonista, e quindi il lettore, non può dire se si trova di fronte al Diavolo in persona oppure a uno dei tanti dèi antichi.

“Per quanto impaziente e disperata, non pregare mai gli dèi che sono in ascolto dopo il tramonto.”

Neanche a dirlo, Adeline si guarda bene dal seguire quest’unico, saggio consiglio di Estele; e, anche qui neanche a dirlo, proprio uno di questi dèi è l’unico che si degna di rispondere alla sua chiamata. Addie è ingenua, una cocciuta ragazza, una giovane indecisa che crede di sapere bene soltanto cosa non vuole. E l’oscuro l’accontenta, regalandole libertà e solitudine. Ma se il lettore si immerge completamente nella narrazione, perdendosi insieme ad Addie nei suoi trecento anni di vita, cosa può attingere da questo crogiuolo di emozioni l’aspirante scrittore? A nostro avviso la più importante lezione è la seguente: non è necessario scervellarsi alla ricerca di chissà quale idea originale, in chissà quale mondo inventato e astruso. Si può scrivere un buon romanzo (un ottimo romanzo, in questo caso) prendendo un’idea già esistente ed esplorandone le infinite alternative. Con cosa siamo disposti a barattare la nostra anima? Le risposte a questa domanda sono infinite quanto gli esseri umani, miliardi di racconti portati alle loro estreme conseguenze. La stessa Schwab ce ne mostra due, facendo incontrare Addie ed Henry. Ma attenzione a non cadere in trappole insidiose, bisogna attingere ma non copiare né sfruttare l’eco di storie precedenti. Questo è l’altro insegnamento che lo scrittore deve trarre leggendo “La vita invisibile di Addie Larue”. Sarebbe stato troppo semplice, avendo sulla punta della penna una protagonista tricentenaria, farle incontrare personaggi storici famosi, lasciando a questi nomi altisonanti l’incombenza di dare corpo alla narrazione. Victoria Schwab non cede a tale facile tentazione. Lo fa superficialmente, in due brevi occasioni (con Beethoven e Giovanna D’Arco) e poteva evitare del tutto: la comparsa in scena di tali nomi non arricchisce il racconto, semmai il contrario. Perché in questa storia le idee divampano al punto di farci domandare, dopo aver terminato il libro, se non sia Addie stessa un personaggio reale e reale il suo patto, perché di sicuro molto reale è il piacere che proviamo pronunciando a voce alta il suo nome.

“Perché le idee sono più indomite dei ricordi.”

Articolo di Greta Cerretti

 

 

                                 Leggo perché non so volare