Letture Critiche – Il pendolo di Foucault

Facciamoci male, e parliamo de “Il pendolo di Foucault”.

Un romanzo sulla magia, per alcuni, magico per altri. Probabilmente entrambe le cose, sebbene – dopo i fasti de “Il nome della Rosa” – non tutti abbiamo amato quello che resta uno dei migliori titoli dell’Umberto Eco narratore. Un romanzo, per certi versi, più rappresentativo del citato Nome…, visto che elabora e rielabora (solve et coagula, è il caso di dire!) buonissima parte dei temi che la penna di Eco amava frequentare, dalle teorie sulle teorie del complotto (come avverrà anche nell’ottimo “Il cimitero di Praga”, ideale seguito e assieme spin off del Pendolo) al potere della parola (la semiotica è un patto che non può essere sciolto) e della narrazione, fino ai grandi snodi della Storia. E il mondo dell’editoria, rappresentato sotto molteplici aspetti che meriterebbero quasi una trattazione a sé.

Ma perché dire “facciamoci male?”. Perché il Pendolo oltre a essere un gran romanzo, offre anche ottimi consigli agli aspiranti autori. E tuttavia lo fa in maniera del tutto particolare: fregandosene delle regole. In che senso? Vediamolo insieme.

Nello stendere quello che, ben prima di Dan Brown, è almeno da noi il patriarca dei thriller esoterici (e molto, molto altro) Eco – che certamente non era un esordiente senza il polso del proprio lavoro – non si fa scrupoli a seguire “lo spirito del tempo”.

Se agli autori neonati si chiede di non farsi abbagliare da mode e tendenze del momento, ecco che invece Il pendolo… si fa carico senza problemi di tutto il filone “alternativo” che nel decennio precedente aveva spopolato grazie a esoterismo à la carte, archeologia misteriosa, UFO e via dicendo, rimescolandolo per un pubblico che non solo ormai lo conosce, ma si è dimostrato sensibile al richiamo del “mistero” proposto in quella maniera. Cosa vuol dire questo? Che se le mode non vanno seguite acriticamente, imbarcandosi a scrivere la fotocopia della fotocopia dell’ultimo bestseller, comprendere come modulare una idea originale in maniera da agganciare una certa sensibilità che va per la maggiore, non è un peccato mortale, anzi, può fare la differenza tra un rifiuto e la presa in carico del proprio testo presso un agente o un editore. Insomma, se tutti i pesci nuotano in una direzione, il motivo probabilmente c’è. Eco, unitamente al suo talento di affabulatore, ha messo in campo una formula di attrattiva sicura. Che lo divertiva sinceramente. Ma che era anche nelle corde del pubblico di fine anni’80. Voi non siete lui, e la formula magica non esiste. Ma acconciare la PROPRIA idea in maniera ponderata perché i lettori la trovino attraente non è barare. È darle valore. Per questo leggere molto, studiando quali pubblicazioni escono nel campo che ci interessa, è una regola da cui non si può prescindere. Così come quella di conoscere la storia del genere in cui ci accingiamo a inserirci.

C’è poi un’altra caratteristica, del Pendolo…, che è probabilmente capace di far saltare sulla sedia tanti autori di fresco conio che ne aprissero le pagine (fatelo): è pieno, stracolmo, anzi rigurgita di quelli che siamo soliti definire, familiarmente, “spiegoni”. Paginate di digressioni storiche, esoteriche, deviazioni su minuzie erudite che titillavano il gusto di Eco per il dettaglio curioso. Un qualunque editor, davanti a un manoscritto simile con un cognome diverso, lo casserebbe senza pietà. E probabilmente a ragione. Perché? Perché voi non siete Eco, e dunque se lui riesce nonostante tutto a usare questa spropositata mole di descrizioni, citazioni, elucubrazioni in maniera tale da renderle il germe dell’atmosfera ipnotica del romanzo, voi è pressoché sicuro di no. In questo, il pendolo è un monito, un cattivo esempio dove il peccatore vi invita esplicitamente a non osare imitarlo. Un unicum, insomma, che però è capace di trarre da un difetto formale interi capitoli piacevolissimi, capaci di avviluppare anche chi non ne sa nulla in trame fatte da templari rinnegati, sinedri ottocenteschi di massoni, libri perduti, immaginari o supposti.

Vi sembra tutto troppo paradossale? È normale: raramente i grandi rispettano tutte le regole. Ma siatene certi. Prima di infrangerle, le conoscono a menadito.

Andrea Gualchierotti