Letture Critiche – I sette mariti di Evelyn Hugo

Questa settimana nella rubrica Letture Critiche parliamo del romanzo di Taylor Jenkins Reid “I sette mariti di Evelyn Hugo”, uno dei booktok (the Most Popular Books on TikTok) nel 2022.
Per inquadrare il tono di questo libro prendiamo in prestito un termine dalla storia dell’arte, definendo “I sette mariti di Evelyn Hugo” un romanzo manierista. Manierista perché leggere Evelyn Hugo è come guardare “La deposizione” del Pontormo, proprio come leggere “Call me by your name” somiglia all’estatica esperienza di ammirare la Cappella Sistina affrescata da Michelangelo. Cosa significa questo in termini di tecnica narrativa?
Sono presenti i temi universali: l’amicizia, l’amore, la famiglia e l’identità sessuale. Il tutto vissuto con lo sfondo di Hollywood e degli Oscar, ambientazione sempre affascinante perché nell’immaginario comune legata al lusso e alle star.
Abbiamo sottolineato quiqui quanto la scelta di temi simili sia prerequisito di successo per un romanzo. E tuttavia “I sette mariti di Evelyn Hugo” può essere ottima narrativa di intrattenimento ma non potrà mai diventare letteratura, e questo essenzialmente dipende da come i temi vengono declinati. Il romanzo della Reid è pura tecnica, tecnica al 100%, e in questo riteniamo alberghi l’anima manierista. Il Pontormo, il Rosso Fiorentino, Giulio Romano, il Tintoretto avevano di fronte una sola strada per affermarsi: imitare e perfezionare quanto fatto dai grandi prima di loro. I capitoli de “I sette mariti di Evelyn Hugo” sono incisivi, costruiti tutti con un cliffanger finale e intervallati da brevi stralci di giornali e riviste scandalistiche a completare le informazioni mancanti e i salti temporali. Un testo così strutturato spinge il lettore a tavoletta, a divorare il capitolo e correre al successivo per sapere cosa accade dopo. Non bisogna lasciarsi ingannare dallo stratagemma “biografia” il quale non fa che accentuare una griglia ben definita: fornire pochi indizi alla volta, briciole di pane per il lettore-Pollicino. Questa scelta, consapevole e accattivante, sacrifica al proprio altare un elemento fondamentale: il tempo dell’elaborazione e la possibilità dell’inferenza. Le emozioni, gioco forza, vengono già digerite ed elaborate dall’autore: non a caso da “I sette mariti di Evelyn Hugo” si possono trarre almeno una sessantina di aforismi o frasi-slogan. Il rovescio della medaglia del prendersi poco tempo, evitando la penetrazione profonda della psicologia del personaggio, è che le risposte sono già fornite dalla voce narrante. I pensieri di chi legge prendono la direzione impressa dalla mano autoriale, senza possibili sfumature di grigio. Ancora una volta, chiediamoci cosa questo romanzo abbia da insegnare all’autore esordiente. I manieristi sono inferiori ai grandi del Rinascimento? Sicuramente no. Ma se nel Giudizio Universale i particolari emergono in quantità direttamente proporzionale al tempo che ci concediamo per osservarlo, nella Deposizione i colori vivaci e i tratti decisi indicano subito allo spettatore dove guardare. Concludendo, “I sette mariti di Evelyn Hugo” insegna all’autore come calibrare il tipo di tecnica da utilizzare per scrivere un preciso tipo di libro, maneggiando una difficile arte: la consapevolezza.

Articolo di Greta Cerretti

 

 

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