Letture Critiche – Vita e destino di Vasilij Grossman

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Vasilij Grossman ha lavorato quasi dieci anni alla stesura di questo romanzo: un capolavoro, un’epopea dove la Battaglia di Stalingrado (luglio ’42- febbraio ’43) si dilata in innumerevoli storie familiari e personali, dove le sorti di una città e le sorti di una intera nazione si intrecciano in modo brutale e indissolubile. E lo fa prendendosi tutto il tempo e lo spazio necessari, con “ottocentesca, tolstojana generosità” utilizzando le parole di Serena Vitale. Quanti esordienti e aspiranti autori dedicano il giusto periodo a scrivere il proprio romanzo? È questo primo insegnamento che nella nostra rubrica di Letture Critiche vi invitiamo a trarre da “Vita e destino”. Prendete anche voi il vostro tempo, persino in un’epoca come la nostra (molto diversa da quella in cui è vissuto Grossman) perché la qualità di quello che scrivete dipende essenzialmente da questo. Non cercate di bruciare le tappe, nessuna tappa. Documentatevi, studiate la trama nel dettaglio, stilate una scheda di ogni personaggio, approfondite caratterizzazione e background. E poi rileggete, revisionate, utilizzate le norme redazionali, scegliete con cura la destinazione finale del romanzo. E mettete in conto anche il tempo del poi, per quando avrete davvero messo la parola fine. Il manoscritto di Grossman è stato requisito dal KGB nel febbraio del 1961: tutto. Carte carbone, minute, persino i nastri della macchina per scrivere. È giunto (lacunoso) alle stampe per la prima volta nel 1980. Non vi auguriamo certo di impiegare vent’anni a raggiungere la pubblicazione, ma come secondo consiglio vi invitiamo a esercitare un’arte eccelsa: la pazienza. Pazienza con gli agenti letterari, pazienza con gli editori, pazienza con i concorsi letterari, pazienza dopo aver firmato il contratto prima di poter pronunciare le famose parole “visto, si stampi”. Prima che il vostro romanzo giunga in libreria passano mediamente nove mesi, la durata di una gestazione. Diffidate da tutto ciò che richiede una durata inferiore, in qualsiasi sua forma.

Entrando nel merito dei contenuti, concludiamo con un ultimo consiglio. Anche nella sua forma completa, “Vita e destino” non può essere accomunato in toto a romanzi come “Guerra e pace” perché la trama è molto meno strutturata, disomogenea e frammentaria. Nel romanzo di Grossman la mano dell’autore si perde. Che sia di fantasia oppure realmente esistito, ogni protagonista viene penetrato in profondità nella sua psicologia più che nelle azioni. Condividiamo i pensieri di Hitler, assistiamo a una telefonata di Stalin così come soffriamo per i dubbi di Štrum, leggiamo la struggente lettera della mamma di Viktor e ascoltiamo gli ultimi pensieri di un bambino nella camera a gas. Ci sono tanti, tantissimi nomi, patronimici, una selva di comparse e coprotagonisti che richiedono un grande sforzo di attenzione. Non tutti i conti tornano, non tutti i filoni narrativi si chiudono e tuttavia il risultato, a fine lettura, è quello di aver consumato un pasto ricco e appagante. “Vita e destino” può essere definito, senza rischio di smentita, il punto di congiunzione tra il romanzo e la vita vera. Molti erroneamente credono che romanzi di questo tipo rimangono attuali perché il periodo storico della Seconda Guerra Mondiale è un filone sempre attivo. Non è così. Romanzi come “Vita e destino” attraversano le epoche perché trattano temi universali: la guerra, la morte, l’onore, il matrimonio, l’ambizione, l’amore, il potere. Scegliete il vostro tema senza incertezze e questo arriverà dritto al cuore del lettore di tutti i tempi.

Articolo di Greta Cerretti

                    


    “Leggo perché non so volare.”

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