Letture Critiche – Il mare dei fuochi

In questo secondo appuntamento di Letture Critiche di All Writing prenderemo come spunto di riflessione il romanzo di Marco Buticchi “Il mare dei fuochi” edito da Longanesi.

Il primo elemento sul quale focalizzare l’attenzione è quello relativo alla serialità. Sara Terracini e Oswald Breil sono i personaggi principali di numerose storie a firma di Marco Buticchi. Ogni romanzo è autoconclusivo, ma il lettore ha il piacere di ritrovare i coniugi Breil in ogni avventura. Sebbene la serialità non sia (ovviamente) un “ferro del mestiere” in senso stretto, è tuttavia un aspetto importante da prendere in considerazione in ottica editoriale e non solamente per storie di genere thriller o giallo. Le case editrici sono solite puntare sull’autore piuttosto che su una singola opera, pertanto è sempre bene farsi trovare con un cassetto pieno di nuove proposte, meglio ancora se interpretate dal medesimo protagonista.

Questa riflessione ci conduce al secondo aspetto, squisitamente narratologico, relativo alla caratterizzazione dei personaggi. Prendiamo come esempio l’investigatore più famoso di tutti i tempi, Sherlock Holmes. Di lui sappiamo che ha notevoli abilità deduttive, è abile nei travestimenti, non disdegna le droghe ed è tendenzialmente misogino. In ogni romanzo (o racconto) di Conan Doyle ritroviamo l’uomo Holmes, la cui caratterizzazione si arricchisce di volta in volta insieme al dispiegarsi del caso. Se mai andassimo a Londra a visitare il 221/B lo faremo per ritrovarci nello studio di Sherlock, tanto esso ci è stato descritto in maniera realistica. Ne “Il mare dei fuochi” questo tipo di caratterizzazione è quasi del tutto assente. Molti dei personaggi nel libro tracciano un piccolo arco, relativo alla loro funzione nella trama, e poi muoiono, svaniscono, senza lasciare nulla di sé nel cuore del lettore. Se questo è accettabile per personaggi secondari, lo stesso non si può dire per un protagonista seriale. Uno dei collaboratori di Breil, il tecnico Bernstein, soffre il mal di mare, una delle terroriste islamiche (donna, ndr) fuma nonostante i dettami della sua religione impongano il contrario: accenni di caratterizzazione. Ma di Breil e Sara, cosa sappiamo davvero? Breil è un “piccolo uomo” con un prestigioso passato nel Mossad e Sara ha conoscenze storico- archeologiche importanti. Cos’altro? Potremmo entrare nel Williamsburg (nel quale sappiamo si gusta un’ottima cucina e conosciamo le caratteristiche antimissile) come entriamo nel 221/B di Baker Street? No. Gli scambi tra Sherlock e Waston, le dinamiche e la relazione tra investigatore e aiutante, li rendono tridimensionali, sovente giocano un ruolo determinante nello svolgersi della trama e di sicuro lasciano una traccia indelebile nel cuore del lettore che li percepisce come autentici. Gli scambi tra Sara e Breil non vanno oltre il ripetersi l’un l’altra quanto si amino e quanto vogliano riposarsi a scapito delle avventure che invece vengono a bussare alla loro porta. Nulla di più, e questo non aiuta il lettore ad affezionarsi davvero a loro.

Relativamente alle avventure, “Nel mare dei fuochi” le vicende storiche reali fungono da attrattiva principale per il lettore. Come già abbiamo avuto modo di sottolineare, ancorare una storia a fatti realmente accaduti, specialmente se tragici, ne aumenta in modo esponenziale l’appeal. In questo romanzo si collega il disastro di Ustica con la strage di Bologna (entrambi avvenuti a pochi mesi di distanza nel 1980) per poi metterli in relazione con avvenimenti di circa quaranta anni dopo relativi alle cosiddette “navi a perdere” e allo smaltimento illegale delle scorie nucleari e rifiuti tossici. La promessa di svelare le motivazioni che hanno portato alla strage di Bologna e al disastro di Ustica viene mantenuta solo in parte, e questo anche a dispetto dell’indubbio, monumentale lavoro di approfondimento storico che evidentemente è alla base della scrittura dell’autore. Ne sappiamo quanto prima, o meglio veniamo a conoscenza di una possibile spiegazione squisitamente narrativa che in qualche modo finisce per fare a pugni con la realtà, invece di esaltarla e spiegarla.

In definitiva, quel che risulta poco incisivo è quella che Robert McKee definisce idea di controllo in Story (Edizioni Omero). “L’idea di controllo è una frase chiara e coerente che esprima in modo irriducibile il significato di una storia”. Nel romanzo “Il mare dei fuochi” questa idea di controllo non è inesistente o nebulosa: al contrario viene disattesa.

Torneremo nelle prossime Letture Critiche a parlare dell’idea di controllo, poiché individuarla è uno degli strumenti più potenti non solo per chi legge in modo professionale, ma soprattutto per chi scrive.

Greta Cerretti